Quale paese

Perché questo paese mi pare certe volte più vero di ogni altra parte del mondo che conosco? E quale paese: quello di adesso, di cui ormai si riesce appena a seguire tutte le novità; o quell’altro che conoscevo così bene, di quando si era bambini e ragazzi, e ciò che ne sopravvive nella gente che invecchia? O non piuttosto l’altro ancora, quello dei vecchi di allora, che alla mia generazione pareva già antico e favoloso? È difficile dire.

[Luigi Meneghello, Libera nos a Malo. Rizzoli, 2007. Pag. 95]

 

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Martire glorioso

Uno era Efisio martire glorioso. Martire a Nora nel 303 d.c., liberò Cagliari dalla peste alla metà del Seicento. Il primo maggio di tutti gli anni da trecentocinquantanove anni, i cagliaritani lo accompagnano dalla chiesetta di Stampace, nel cuore del centro storico, alla chiesetta di Nora, eretta a Pula dove fu decapitato, per sciogliere il voto della città. Dopo due giorni di preghiere si torna indietro. In tutto ottanta chilometri, a piedi. Uno sfarzo di folklore e colori, gente da tutta la Sardegna, turisti da tutta Europa. Un cocchio di gala e uno di campagna, ori, gioielli, fiori, addobbi. Sempre, ma non nel ’43, quando il simulacro di Efisio fu caricato sul cassone del furgone Millecento di Giannetto Gorini, guidato da Giovanni Vargiu, per attraversare una Cagliari deserta distrutta dalle bombe, scortato da una decina di persone che scostavano le macerie per sgombrare la strada. “Il santo non poteva non rendersi conto di come era ridotta la città” disse Marino Cao.

 

[Repertorio dei matti della città di Cagliari. Marcos y Marcos, 2016. Pagg. 140-141]

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La vita delle suore

Ed ecco il fatto, intanto: un sessantenne che all’incirca vent’anni fa ha sposato una novizia e ne è stato dopo qualche anno abbandonato perché affetto da una vessatoria gelosia, che più volte ha tentato di ricongiungersi a lei, in questi ultimi anni è stato preso dalla mania di introdursi nel Collegio del Carmelo per spiare, nascosto, la vita delle poche suore che vi stanno. Nulla di violento o di boccaccesco: anche l’entrarvi non richiedeva sforzo né abilità. L’uomo sgattaiolava dentro e vi si nascondeva – sotto un letto, dentro una grande scatola di cartone, cautamente vagando per le tante stanze vuote – finché non lo scoprivano. L’ha fatto per quattro volte: e non alla prima è finito sul giornale, ma alla quarta.

 

[Leonardo Sciascia, Fine del carabiniere a cavallo. Adelphi, 2016. Pag. 117]

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Il segreto di Rosina

Alla fine di agosto di quell’estate, che era l’estate della maturità e del mondiale, Lauretta era arrivata in piazzetta, una sera, aveva detto Mi iscrivo al Dams, vado a Bologna, e sembrava parlasse di un tempo lontanissimo, un futuro remoto distante anni luce dalla nostra estate e dai nostri discorsi, e dal Cagliari che era tornato in serie A e aveva preso Matteoli e Francescoli e L’ha fatto anche Andrea Pazienza, aveva detto Lauretta, che aveva portato sei mesi di lutto per Andrea Pazienza, qualche tempo prima, e coltivava il vizio dell’innamoramento intellettuale di uomini che nel giro di pochi mesi morivano. Si innamorava e cominciava a disegnare, Lauretta, come l’artista che amava, e cominciava a citarlo più o meno a proposito, girava con un bloc notes e un fascio di riviste, aveva seppellito Andrea Pazienza e Basquiat, e quell’estate portava il lutto di Keith Haring. Non si innamorava mai di uno che conoscessimo, nemmeno di uno dell’artistico, o di architettura, non conoscevamo nessuno, che studiasse architettura.

Era partita prima dell’inizio del campionato, era passata a casa a salutarmi, prima di pranzo, mia madre mi aveva svegliato, C’è Maria Laura, mi aveva detto, partiva quella sera. Ci era andata davvero a Bologna, si era iscritta al Dams.

A natale non si era vista in paese, in quella specie di contrappello in cui si faceva un bilancio provvisorio delle sorti di chi aveva abbandonato la terra natia. Qualcuno era sceso a pivella tirada, qualcun altro visibilmente provato nel corpo e nello spirito, i più deboli avevano già cambiato accento. La maggior parte deludeva, perché non presentava segni evidenti di cambiamento. Lauretta: non pervenuta.

Si era presentata a febbraio, lei; aveva telefonato a casa, dopo pranzo, mi ricordo, aveva detto Sono in paese, ci vediamo? Io le avevo detto Sì, non avevo niente da fare. Poi aveva detto: Sono innamorata, vedrai.

Immaginavo una serie di disegni, un nome sconosciuto di giovane artista che dopo qualche mese sarebbe morto e sarebbe diventato famoso e Lauretta avrebbe portato il lutto e mi sembrava che fosse tutto regolare, tutto come sempre. Ero andato al bar, in piazzetta, alle cinque, era un giovedì, mi ricordo, perché di mattina avevo comprato un paio di scarponi al mercato – il mercato in paese lo fanno il giovedì, da sempre – e li avevo indossati per incontrare Lauretta e mi facevano male i piedi, quando l’avevo vista. Non era sola.

Non che ci fosse una moltitudine, dentro il bar. Erano le cinque di sera, c’era signora Nenna, dietro il bancone, Lauretta, che mi veniva incontro, e un tipo con un tascapane verde appoggiato allo scaffale del Vov; quello che una volta, qualche estate prima, Andrea Maradona aveva centrato con una pallonata, provocando un’ inondazione di Vov e la nostra interdizione dal bar per circa un anno. Lauretta mi aveva abbracciato, Come stai? Aveva chiesto, Lui è Marcello, mi aveva detto. Marcello sembrava avere qualche anno più di noi, era più alto di me, mi dava fastidio, questo dettaglio, era pallido e aveva le mani fini, che se fosse stata una ragazza avrei detto affusolate, invece erano bianche e fini.

Si era staccato dallo scaffale del Vov, Marcello, mi aveva stretto la mano, con poca voglia, mi era sembrato, Piacere, avevo detto, Piacere mio, aveva detto lui, con un accento continentale che mi aveva indignato, mi ero girato verso signora Nenna, a Lauretta avevo chiesto Birra? E dopo che signora Nenna aveva versato la birra, avevamo brindato e Lauretta aveva detto: Marcello sta facendo una tesi sperimentale sui grandi amori del novecento e la loro influenza sui costumi degli italiani. Minchia avevo detto, Ha già un titolo? Avevo chiesto a Marcello per fare l’interessato. “Tu che mi amavi e io che ti amavo”, aveva detto Marcello. È Prévert, aveva detto Lauretta. Tu non sei sardo, aveva detto signora Nenna puntando l’indice su Marcello. Di dove sei? Sono di Cremona, aveva detto Marcello. Ah, Bergamasco, aveva detto signora Nenna, e doveva essere stata lei a spargere la voce, perché nei giorni seguenti per tutti Marcello era diventato Su bergamascu, e chi chiedeva di Lauretta, chiedeva anche E su bergamascu, tranquillo? E i più critici verso gli amori continentali dicevano Bellu mascu, su bergamascu, che poi era diventato per qualche mese un tormentone in piazzetta.

E per farla breve Lauretta aveva parlato a Marcello dei suoi nonni e del loro amore che durava da sessant’anni, e Marcello doveva intervistarli per la sua tesi. Vieni con noi? Mi aveva chiesto Lauretta. E io avevo finito la birra, ero andato con loro ché a me, signor Stanlio, era sempre stato simpatico. Signor Stanlio era il nonno di Lauretta. Stanlio non era il suo vero nome, ma lo chiamavano tutti così perché somigliava a Stanlio, non solo nei tratti del viso; anche nei gesti, nelle espressioni, nel modo di camminare.

L’avevamo trovato seduto vicino al caminetto, signor Stanlio, mentre tzia Rosina, sua moglie, ci accoglieva in casa e Lauretta raccomandava Parlate in italiano, per favore, Lui è Marcello. Già l’ho saputo, aveva risposto tzia Rosina, in italiano, sfoggiando subito una delle sue specialità: reperire notizie in tempo reale, con il solo supporto di un telefono fisso e due uscite quotidiane sul campo: una in bottega, di mattina, e una in chiesa, per il rosario, di sera. Sapeva tutto quello che voleva sapere, tzia Rosina, ma non era pettegola, lo sapeva e basta.

Ci eravamo disposti intorno al caminetto. Ai loro posti, sui due lati, signor Stanlio e tzia Rosina risultavano uno di fronte all’altra. Marcello sedeva a fianco a tzia Rosina, io a fianco a signor Stanlio, Lauretta tra me e Marcello, che da quando era entrato non smetteva di sorridere a tzia Rosina, la guardava in faccia, dall’alto, lei era la metà di lui, Ora lo manda affanculo, pensavo, invece tzia Rosina sembrava contenta, Freddo sta facendo a Bergamo? Gli aveva chiesto.

Lauretta aveva spiegato brevemente l’oggetto degli studi di Marcello. Ora vi farà qualche domanda, aveva detto. Signor Stanlio si era grattato un po’ la testa, tzia Rosina si era mossa sulla sedia, aveva passato una mano sulla gonna per farsi trovare in ordine. Eieh, aveva detto.

Marcello si era rivolto a signor Stanlio, mantenendo il sorriso, aveva tirato fuori dal tascapane un registratore a cassette Sony che in quel momento mi era sembrato all’avanguardia, l’aveva acceso, l’aveva avvicinato alla bocca, aveva detto:

Siliqua, 14 febbraio 1991. Mmm, aveva detto signor Stanlio. Ih, aveva detto tzia Rosina. Marcello aveva detto al registratore: Voi state insieme da tanti anni, cosa sempre più rara nelle relazioni sentimentali di fine secolo. Signor Martis – stava parlando di signor Stanlio – signor Martis, che cos’è che, sessant’anni fa, l’ha fatta innamorare di sua moglie? Signor Stanlio aveva sospirato, si era grattato dietro l’orecchio sinistro, aveva mosso la mascella in avanti, assestando la dentiera per poter parlare. Troppo lento.

Tzia Rosina aveva afferrato con due mani il braccio di Marcello, portandosi il registratore sul petto, e senza mollare la presa aveva detto: Qui Piga Rosina. Non lo so, cosa l’ha fatto innamorare. Io avevo sedici anni, ero molto bellina, lui mi vedeva in strada ché passava tutti i giorni con il carro e un giorno aveva fatto la domanda per lettera a mio babbo buonanima. Non lo so, non lo so, non lo so perché.

Aveva spinto via il braccio di Marcello e ripreso il fiato, tzia Rosina. Signor Stanlio, guardava il fuoco, aveva aggiunto un tronco dal mucchietto dietro di lui. Marcello si era fatto serio, aveva detto al registratore: Cosa vedeva in questa giovane che incontrava tutti i giorni per strada, cosa l’ha spinta a chiederne la mano a suo padre? Signor Stanlio aveva sospirato, si era grattato dietro l’orecchio destro, aveva mosso la mascella in avanti e aveva ascoltato sua moglie dire al registratore: Non lo so, non lo so cosa gli sarò sembrata. Io ero giovane ma sapevo fare già un sacco di cose. Ero nominata, in paese, per i dolci che facevo, me li cercavano tutti. Facevo pardule, pan’e saba, bianchini. Si cumprendidi? Aveva chiesto a Lauretta, Pirichitti di vento, un sacco di cose, sapevo fare.

Marcello aveva passato il registratore nell’altra mano, e mentre tzia Rosina si sbottonava la giacchetta di lana, aveva detto: Una bellissima metafora sulla dolcezza. Signor Martis, Rosina l’ha presa per la gola? Signor Stanlio aveva guardato Marcello quasi con tenerezza, tzia Rosina ora sembrava risentita, si era alzata in piedi e aveva parlato con una mano sul registratore, e l’altra sul fianco: Ma mica facevo solo dolcetti. Ero bravissima ricamando, facevo lavoretti di filet che in quei tempi non li faceva nessuno, aveva detto. Mi hanno preso anche come maestra in un corso; l’anno scorso, eh, che certe cose mica se le dimentica, una.

Si era riseduta, tzia Rosina, sembrava stanca, mentre Lauretta, cercava di dirle qualcosa, a gesti, per non rovinare la registrazione.

Marcello stava dicendo: Una giovane donna dalle grandi doti manuali. È questo che l’ha colpita, signor Martis? Manuali e spirituali, era intervenuta tzia Rosina, ora in posa quasi canora, le due mani su quella di Marcello che stringeva il registratore. Ero una giovane dell’Azione Cattolica, e devota del sacro cuore, portavo sempre lo stendardo nella processione, e intonavo il coro delle donne, aveva detto, Io quello delle donne e Ninnu Perdingianu quello degli uomini.

Tzia Rosina si era lasciata cadere sulla sedia, stremata dallo sforzo e dall’emozione della sua testimonianza. Marcello però non si fidava, forse pensava che la donna non avesse detto tutto ciò che aveva da dire, si era alzato, dando le spalle a tzia Rosina e ponendo il suo corpo tra lei e il registratore puntato verso signor Stanlio. Aveva detto: Tra tutte le doti di sua moglie quale è stata quella decisiva? Qual’è il vero segreto di Rosina? Tzia Rosina provava a ricomporsi, riabbottonava lentamente la giacchetta di lana, sembrava ora disinteressata al registratore, mentre signor Stanlio si grattava la testa e muoveva la mascella per sistemare la dentiera, sembrava non credere al silenzio di sua moglie. Marcello sentiva di avere i secondi contati, per spronare signor Stanlio, che lo fissava in silenzio, aveva ripetuto: Qual’è il segreto di Rosina?

Su pillittu, aveva detto signor Stanlio.

Come? Aveva detto Marcello.

A cena restate? Aveva detto tzia Rosina. Lauretta aveva detto: Certo.

Io me ne ero andato a casa. Signor Stanlio e tzia Rosina avevano continuato a vivere felici, fino alla fine.

Lauretta l’avevo persa di vista, come succede: ha smesso di disegnare, mi hanno detto, e di portare il lutto.

E Marcello, noto in paese come su Bergamascu, bellu mascu, su bergamascu, non l’ho visto mai più.

[Letto il 14 febbraio 2017 al Babeuf di Cagliari, in occasione di Amori Acidi, serata organizzata dal festival letterario Sulla terra leggeri, presentata da Flavio Soriga, disegnata da Riccardo Atzeni, musicata dagli RTP, condivisa con Paola Soriga, Paolo Maccioni, Lalla Careddu, Emanuele Pittoni, Dario Dessì, Silvia Montisci, Nicola Mameli, Nicola Muscas, Emilia Agnesa, John McSun e Paola Pilia]

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Per giocare a karaté

Per giocare a karaté è indispensabile:

a) sentirsi italiani, però dentro;
b) alzarsi a qualsiasi ora del giorno e della notte per vedere  l’alba;
c) conoscere l’indirizzo segreto di Martin Bormann;
d) saper dire in quattro lingue “Lei non sa chi sono io”;
e) essere astemi;
f) non aver paura di morire perché tanto è destino;
g) fare due docce fredde tre volte il giorno;
h) credere che la mafia sia stata inventata da Marlon Brando;
i) non mi ricordo.

 

[Enzo Jannacci – Giuseppe Viola, L’INCOMPIUTER. Bompiani, 1974. Pag. 17]

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Figlia figlia

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Sì, avevo un po’ di paura. Una paura, una stretta al cuore che non nominavo nemmeno con me stesso. Avevo un po’ di paura e una camicia a quadri, la mattina in cui sei nata. Non avevo dormito. Avevo aspettato che tua madre mi chiamasse dall’ospedale, la notte prima. Avevo aspettato a casa, guardando un film. Il colpo della metropolitana, si intitola, con Walter Matthau e Robert Shaw; un poliziesco degli anni ’70, di quelli che piacciono a me. Un giorno proveremo a guardarlo insieme, forse. Insisterò, probabilmente. Scusa. Tua madre mi aveva chiamato appena finito il film. Mi era sembrata una cortesia, aver aspettato la fine del film, una cosa molto elegante. Era una notte perfetta,  mi sembrava. Ci hai fatto aspettare, sei nata alle sei del mattino. A me piace alzarmi presto. Mi sembra di intzertai s’ora, quando mi alzo presto. Ma quella mattina non mi ero alzato presto, avevo fatto notte da sveglio. Come quando andavo a lavorare senza aver dormito, de empalme, come dicono in Spagna. Ora non ne sarei capace, credo. Quella mattina però non ero stanco, questo lo ricordo bene. Avevo paura, ero contento. Parlavo più del solito. Tua madre stava male, ma l’avevo capito tardi. Mi capita spesso, di capire tardi. A volte è meglio così. Oggi compi due anni. Sei diversa, da quella mattina. Sei uguale a quella mattina, quando l’infermiera mi aveva chiesto La vuole tenere? Ora sei tu che mi dici Prendimi, o Non toccarmi. Mi chiedi Cosa ci fai qui? o Cosa fa Capitan Uncino? Mi piace quando arriva il buio e a volte dici Babbo mi protegge. Mi piace, e anche se ho un po’ di paura non importa. Sai che ieri notte davano Una calibro 20 per lo specialista?

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Si vede

pintor

Lo scienziato che ha inventato l’evoluzione della specie in natura, fenomeno che in società diventa lotta di classe e funziona perfino nei vagoni ferroviari, precisa che la sua teoria non prevede nessuna tendenza assoluta al progresso. Osserva per esempio che il nostro intelletto non è divenuto superiore a quello dei greci e che in mancanza di circostanze favorevoli potrebbe anche degradarsi. E si vede.

 

[Luigi Pintor, I luoghi del delitto. Bollati Boringhieri, 2003. Pag. 31]

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